Se il socio rinuncia al credito, il Fisco batte cassa

 

La Corte di Cassazione ha affermato che il comportamento dei soci di rinuncia ad un ingente credito nei confronti della società senza alcun vantaggio economicamente apprezzabile, integra un ipotesi di abuso del diritto, e pertanto, salvo idonea giustificazione contraria, costituisce una sopravvenienza tassabile in capo alla società (Sentenza 6 giugno 2019, n. 15321)

IL CASO
L’Agenzia delle Entrate ha accertato nei confronti della società, tra l’altro, la mancata dichiarazione di sopravvenienze attive imponibili a fronte della rinuncia dei soci a ingenti crediti vantati nei suoi confronti.
I giudici tributari hanno respinto il ricorso della società, rilevando che i soci avevano rinunciato a un ingente credito nei confronti della stessa società senza alcun vantaggio effettivo, e nell’esercizio successivo erano usciti dalla società cedendo le loro quote ad un prezzo non congruo rispetto al loro valore, senza conseguire alcun ritorno economico. Tale operazione deve ritenersi antieconomica e priva di razionalità, con conseguente vantaggio per la società, che non avendo fornito alcuna giustificazione economicamente apprezzabile, ha lasciato presumere come unica finalità quella elusiva.

DISCIPLINA FISCALE
Ai fini della determinazione del reddito delle società, la disciplina fiscale stabilisce che non si considerano sopravvenienze attive i versamenti in denaro o in natura fatti a fondo perduto o in conto capitale alla società dai propri soci, né gli apporti effettuati dai possessori di strumenti similari alle azioni.
Dal 2015, poi, è stata introdotta la previsione secondo cui, la rinuncia dei soci ai crediti si considera sopravvenienza attiva per la parte che eccede il relativo valore fiscale. A tal fine, il socio, con dichiarazione sostitutiva di atto notorio, deve comunicare alla partecipata tale valore; in assenza di tale comunicazione, il valore fiscale del credito è assunto pari a zero.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE
Confermando la decisione dei giudici tributari, la Corte di Cassazione ha affermato che in materia tributaria il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, che preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione normativa, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio d’imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione.
Costituisce dunque condotta abusiva l’operazione economica che abbia quale suo elemento predominante e assorbente lo scopo di eludere il fisco, incombendo, peraltro, sull’Amministrazione finanziaria la prova sia del disegno elusivo sia delle modalità di manipolazione e di alterazione degli schemi negoziali classici, considerati come irragionevoli in una normale logica di mercato e perseguiti solo per pervenire a quel risultato fiscale, mentre grava sul contribuente l’onere di allegare l’esistenza di ragioni economiche alternative o concorrenti che giustifichino operazioni in quel modo strutturate.
In conclusione, a fronte della rinuncia ad un ingente credito da parte dei soci senza alcun vantaggio e senza una razionale giustificazione economica, si configura un’operazione antieconomica, che integra un ipotesi di abuso del diritto, da cui consegue la realizzazione di un sopravvenienza attiva imponibile in capo alla società.