Omessa consegna dei documenti all’Ispettorato, la decorrenza dei termini di prescrizione del reato

 


07 novembre 2019 Con riferimento alla fattispecie di reato per cui un legale rappresentante di una società ometta di riportare e consegnare all’Ufficio territoriale del lavoro, notizie e documenti che gli erano stati legalmente richiesti (art. 4, L. 628/1961), lo stesso si perfeziona alla scadenza del termine assegnato per l’adempimento, ma non si consuma, protraendosi la condizione di illiceità per tutto il tempo in cui il destinatario omette volontariamente di adempiere, sino alla data della denunzia penale o della emissione del decreto penale o della sentenza di primo grado. Conseguentemente, la decorrenza del relativo termine prescrizionale deve essere ancorata al momento di cessazione della permanenza del reato (Corte di Cassazione, sentenza 28 ottobre 2019, n. 43702)


Un Tribunale territoriale, decidendo a seguito della opposizione proposta a un decreto penale, aveva dichiarato la penale responsabilità di un soggetto in ordine al reato di cui all’articolo 4 della Legge n. 628/1961, poiché, in qualità di legale rappresentante di talune società di capitali, aveva omesso di riportare e consegnare alla Direzione territoriale del lavoro notizie e documenti che gli erano stati legalmente richiesti.
Avverso la predetta sentenza, il medesimo propone così ricorso in Cassazione, lamentando il fatto che il giudice di primo grado, erroneamente ritenendo che il reato commesso fosse un reato permanente, ne aveva ritenuto la perdurante flagranza sino alla data di notificazione all’imputato del decreto penale emesso a suo carico, non dichiarando di conseguenza la maturata prescrizione dell’illecito contestato.
Per la Suprema Corte il ricorso è infondato. L’impugnazione proposta dal ricorrente è integralmente giudicata in relazione alla qualificazione da attribuire al reato contestato; se cioè esso è un reato permanente, come ritenuto dal Tribunale, qualificazione dalla quale discenderebbe la non ancora maturata prescrizione di esso, ovvero se lo stesso sia un reato istantaneo, il quale si perfeziona in tutti i suoi elementi e si consuma al momento in cui, inutilmente, decorre il termine per la consegna della documentazione richiesta o per la trasmissione delle notizie sollecitate, nel qual caso il reato contestato sarebbe stato già estinto al momento della pronunzia della sentenza di condanna. Il reato in parola consiste nel fatto di colui il quale, legalmente richiesto dalla Direzione territoriale del lavoro, di fornire delle notizie ovvero di consegnare della documentazione sulle materie indicate nel medesimo articolo, non le fornisca, o le dia scientemente errate od incomplete, o non la consegni nella sua integralità. La norma, cioè, sanziona l’inosservanza di obblighi di informazione strumentali a consentire alla competente autorità amministrativa di esercitare le funzioni di vigilanza e controllo alla stessa attribuite dalla legge, a condizione che la richiesta rivolta dall’Ufficio sia stata legalmente formulata. Il primo elemento strutturale della fattispecie incriminatrice, dunque, è costituito dalla esistenza di una richiesta di informazioni o di documenti, da parte del soggetto competente, nelle materie specificamente previste (art. 4, L. n. 628/1961). In secondo luogo, è necessario che la richiesta sia stata “legalmente” formulata. Al riguardo, da consolidato orientamento giurisprudenziale, il destinatario della richiesta da parte dell’Ufficio si identifica con il legale rappresentante della ditta, anche quando essa non sia stata rivolta al datore di lavoro personalmente, in quanto è sufficiente che la richiesta venga notificata alla sede dell’azienda perché sia comunque conoscibile dal legale rappresentante di essa (Corte di Cassazione, sentenza 1 luglio 2004, n. 28701). In terzo luogo, ai fini dell’integrazione del reato in questione, è necessario che vi sia una mancata risposta alla richiesta oppure che la risposta fornita contenga dati non rilevanti e/o non pertinenti rispetto a quelli richiesti (Corte di Cassazione, sentenza, 16 gennaio 2008, n. 2272). Di qui, il reato in questione può essere realizzato sia in forma commissiva, allorché il soggetto richiesto dia informazioni mendaci o non pertinenti ovvero trasmetta documentazione diversa da quella a lui richiesta, sia in forma omissiva, allorché il soggetto legalmente richiesto ometta sic et simpliciter di fornire le risposte o la documentazione che gli erano state richieste. Pertanto, la fattispecie configura, nella sua forma omissiva, un reato permanente, la cui consumazione si protrae fino all’osservanza della disposizione ovvero sino alla data della relativa denuncia penale in danno del responsabile (Corte di Cassazione, sentenza 31 gennaio 2003, n. 4687) oppure sino alla notificazione del decreto penale di condanna o alla sentenza di primo grado (Corte di Cassazione, sentenza 14 marzo 1997, n. 753). Più specificamente, essendo previsto un termine per l’adempimento, il reato si perfeziona alla scadenza di detto termine, ma esso non si consuma, protraendosi la condizione di illiceità per tutto il tempo in cui il destinatario omette volontariamente di adempiere (Corte di Cassazione, sentenza 28 dicembre 2000, n. 13406), sino alla data della denunzia penale o della emissione del decreto penale o della sentenza di primo grado. Nel caso che interessa, il soggetto non risulta avere mai ottemperato alla richiesta indirizzatagli dalla Direzione territoriale del lavoro, per cui la decorrenza del termine prescrizionale deve essere ancorata al momento di cessazione della permanenza, ovvero contestualmente alla pronunzia della sentenza di primo grado o, se emesso, contestualmente alla notificazione del decreto penale di condanna, costituendo anch’esso, non diversamente dalla sentenza di primo grado, un’affermazione giudiziale, sebbene non necessariamente definitiva, della responsabilità del prevenuto atta ad interrompere l’unità psicologica della condotta omissiva.