Interpretazione del contratto individuale di lavoro, il limite imposto dalle norme imperative

 


Le intenzioni delle parti formalizzate in un contratto individuale di lavoro vanno ricercate secondo il canone ermeneutico dell’interpretazione soggettiva, anche valutando il loro comportamento complessivo posteriore alla conclusione del contratto e senza limitarsi al senso letterale delle parole; tuttavia, tale interpretazione non può comunque essere effettuata in violazione di quanto previsto da norme imperative di legge.


Una Corte d’appello territoriale aveva respinto il gravame di un datore di lavoro avverso la sentenza del Tribunale di prime cure che aveva accertato il diritto di un lavoratore ad osservare l’orario di lavoro parziale, secondo i turni precisati nell’accordo individuale stipulato tra le parti, in occasione della trasformazione a tempo parziale del rapporto di lavoro originariamente sorto a tempo pieno.
La Corte territoriale ha ritenuto infondato l’assunto della società secondo cui l’accordo sull’articolazione dell’orario di lavoro doveva essere riferito esclusivamente alla turnazione all’epoca vigente. Al contrario, la circostanza che la pattuizione avesse per oggetto la durata della prestazione fissata nei tre quarti del normale orario settimanale, in un arco di tempo e con un monte ore giornaliero e settimanale ben definiti, non consentiva di ritenere solo esemplificativa o dichiarativa l’indicazione dell’orario e della sua articolazione, indicazione che invece doveva intendersi come un parametro rigido e non modificabile unilateralmente da parte del datore di lavoro. Pertanto per la corte di merito il richiamo testuale ai turni aveva solo valore di specificazione dell’ inserimento della prestazione lavorativa in detti turni.
Avverso la sentenza propone così ricorso in Cassazione il datore di lavoro, lamentando che la Corte distrettuale avrebbe disatteso i criteri interpretativi dettati dal Codice civile in tema di contratti, non tenendo conto della effettiva volontà dei contraenti (art. 1362 c.c.) ed effettuando comunque un’interpretazione di tale volontà contraria a buona fede (art. 1366 c.c.), avendo cristallizzato, invece, in modo irreversibile, la collocazione temporale della prestazione della lavoratrice.
Per la Suprema Corte il ricorso è infondato. L’indicazione normativa contenuta nella disciplina applicabile (art. 5, D.L. n. 726/1984, convertito in L. n. 863/1984), infatti, pare chiara nel prescrivere che, nel contratto di lavoro part time, la distribuzione dell’orario di lavoro ridotto va fatto con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all’anno e deve essere indicata per iscritto. L’interpretazione del contratto sottoscritto tra le parti, dunque, deve certamente ricercare la volontà espressa dalle stesse, secondo canoni ermeneutici di interpretazione soggettiva, senza limitarsi al senso letterale delle parole, anche valutando il comportamento complessivo delle parti, posteriore alla conclusione del contratto (art. 1362 c.c.), nonché secondo buona fede (1366 c.c.); tuttavia, tale interpretazione non può essere effettuata in violazione di quanto previsto da norme imperative di legge.
Nella fattispecie, le parti hanno convenuto una riduzione al 75% dell’orario settimanale distribuito su 5 giornate lavorative dal lunedì al venerdì, entro un arco temporale giornaliero definito, in relazione alla rotazione dei turni di lavoro. La disponibilità alla modifica dei turni risulta pertanto chiaramente rivolta all’orario del turno giornaliero e non a quello settimanale.